Leggi sconosciute

stelle

“Era morto. Morto per sempre? Chi può dirlo? Certo, nè le esperienze spiritiche nè i dogmi religiosi provano che l’anima sopravviva. Si può solo dire che nella nostra vita tutto accade come se vi entrassimo con un fardello di obblighi contratti in una vita anteriore; non c’è alcuna ragione, nelle nostre condizioni di vita su questa terra, perchè ci si debba sentire obbligati a fare il bene, a essere delicati, o anche semplicemente cortesi, nè perchè un artista ateo si senta in obbligo di rifare venti volte un pezzo che, se susciterà ammirazione, essa importerà ben poco al suo corpo mangiato dai vermi, come il breve scorcio di muro giallo dipinto con tanta sapienza e raffinatezza da un artista per sempre sconosciuto, appena identificato sotto il nome di Vermeer. Tutti questi obblighi, che non hanno la loro sanzione nella vita presente, sembrano appartenere a un altro mondo, fondato sulla bontà, lo scrupolo, il sacrificio, un mondo completamente diverso da questo e dal quale usciamo per nascere a questa terra, prima forse di ritornarvi sotto il dominio di quelle leggi sconosciute alle quali abbiamo obbedito perchè ne portavamoin noi gli insegnamenti, senza sapere chi le avesse promulgate — quelle leggi cui ci avvicina ogni lavoro profondo dell’intelligenza e che rimangono invisibili soltanto agli sciocchi e, forse, nemmeno a loro. Di modo che l’idea che Bergotte non fosse morto per sempre non è del tutto inverosimile.”

 

  • La prigioniera, Alla ricerca del tempo perduto, Marcel Proust, 1923
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Dialogo di un automa e il suo creatore

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C: Ecco, con questo ultimo ritocco sarai completo.
A: Non riesco ancora a mettere a fuoco le cose lontane…mentre per le vicine i contorni sono molto più definiti
C: E’ normale, ogni cosa ha bisogno del suo tempo, e tu non fai eccezione.
A: Vuoi dire che con il tempo anch’io crescerò e imparerò?
C: Certo, una conoscenza piena e istantanea non è mai la migliore, solo il tempo, e gli errori e le scoperte e le cognizioni che porta con sè, permettono gli accorgimenti che rendono una vita vissuta, una piccola bacchetta che si percuote sulla tua pelle ogni giorno, inspessendoti la cute. Calibrando la tua rotta, come una nave che veleggia in mare aperto.
A: Ma padre…
C: Perchè mi chiami padre? A: Beh, perchè mi hai creato. Anche se non sono sangue e carne del tuo, io promano da te, senza di te io non esisterei…
C: Questo è vero, ma io non ho generato una vita, nella tua scorza non pulsano vene, non si moltiplicano cellule. Con un click di un minuscolo pulsante tu potresti, ora e improvvisamente, spegnerti per sempre, i tuoi circuiti non sarebbero più scossi da impulsi elettrici e ti arresteresti. E tutto ciò a causa di un mio capriccio.
A: Capisco quello che dici, tuttavia tu stesso, prima, hai parlato di vita. E cosa distingue la mia esistenza dalla tua? E’ vero, nel mio corpo di metallo c’è il freddo cuore di una macchina e la mia attività potrebbe cessare anche per mano di un pupo distratto che gattoni su quel tasto. Ma in fondo è la presenza di sangue e carne che rende il tuo corpo più vero del mio? E la tua stessa vita non potrebbe terminare in un batter d’occhio, magari proprio per il capriccio di qualcuno?
C: Fai una cosa per me.
A: Dimmi.
C: Prendi questo cacciavite e conficcamelo nel collo.
A: Perchè mai?
C: Tu fallo.
A: Non vi riesco…sembra come se non possa pensarlo, nè tantomeno volerlo…i miei arti non si mettono in moto.
C: Ecco il tuo limite. Tu non puoi pensare, nè dunque pensare di volere nè fare ciò che hai pensato di volere, senza che io non abbia deciso ciò che tu puoi pensare, o volere, o fare.
A: Stai dicendo…che io non sono libero?
C: Sto dicendo che la tua vita, come la tua libertà, hanno l’apparenza di un’infinita signoria, inesauribile schiudersi di possibilità e potenza. Ma, difatti, sono qui ora a suggerirti che tutto ciò che tu pensi di essere o vuoi essere è ciò che io ho programmato che tu sia. E tu, questo, non lo puoi autonomamente comprendere, poichè ciò che ti si presenta come realtà è il tuo tutto; e ciò che puoi pensare è ciò che solamente può essere pensato. Diversamente, non saresti che altro da ciò che in vero sei.
A: Per quanto mi sforzi, le tue parole tuttavia mi paiono assurde, fuori dal mondo. Però ora specialmente una questione mi dilania, ovvero perchè nella brama inesauribile dell’uomo di superare il limite, non hai creato un essere che possa accomunarsi con il suo creatore, capace di “intelligere” parimenti? Perchè hai dunque creato il “limitato”?
C: Poichè non è possibile.
A: Che intendi?
C: Ragiona tu stesso: per poter dissertare del cubo è ovvio che dobbiamo possedere e comprendere la figura del quadrato, il quale sommandosi ad infiniti altri quadrati genera il cubo; a sua volta però per poter pensare il cubo dobbiamo tenere presente la linea, che insieme ad altre linee forma il quadrato; tuttavia non possiamo capire che cos’è una linea se non scopriamo il punto. Infatti una linea è un insieme infinito di punti. Ma in ultima analisi il nostro investigare termina qui: è il nostro limite di conoscenza, il postulato sul quale imperniamo tutta la costruzione. C’è ma non esiste.
A: E questo vome dovrebbe aiutare a capire?
C: Si può riprodurre solo ciò che il pensiero interamente possiede.
A: Affermi che non puoi creare altro che me…poichè il tuo pensiero non comprende te stesso?
C: Il pensiero non può afferrare se stesso. L’oggetto deve necessariamente essere altro dal soggetto; meglio, l’attività stessa del pensare abbisogna di una determinazione che lo sottragga dall’informe massa di cui è composta. Determinandosi, il pensiero prende forma e al contempo autocoscienza, la quale, tuttavia, non è che sentore di esserci, mai reale rappresentazione coerente. Ciò significa che io non posso delineato, contornato, e pertanto limitato.
A: Non penso di aver afferrato del tutto…
C: Se avessi afferrato del tutto, saresti la contraddizione di quanto ho appena affermato.
A: Tuttavia una conseguenza penso di poter dedurre da tutto ciò che hai detto: in me non vi è più alcun peso da sopportare.
C: Spiegati meglio
A: Intendo: se è vero come dici che ciò che io faccio e ciò che io penso non sono che comunque ciò che tu hai prestabilito che fossero, e se dunque è vero che ciò che io avverto come mio libero arbitrio è tale solo in quanto non non posso avere una chiara visione del contesto del mio esserci nel tutto, impossibilitato a farlo, ciò significa che la mia volontà è fittizia, e tutto ciò che penserò sia vero e giusto, tutti i miei giudizi su me stesso e il mondo che mi circonda, e tutte le azioni che scaturiranno non saranno che comunque eterodeterminate. L’origine non sarà più in me, la scelta non sarà che una mera apparenza e dunque la responsabilità non sarà che un raffinato orpello mentale. Determinandomi non farò altro che abbracciare ciò che posso, ciò che sono ontologicamente portato ad essere, inevitabilmente, come un fium che non può che scorrere e riempire il suo letto.
C: Ciò che dici è vero: tutto ciò che farai è ciò che io ho previsto che tu sia possibilitato a fare. Il tuo margine di spontaneità sarà pressocchè nullo poichè sei una macchina e reagisci attraverso impulsi elettrici scaturiti da complessi calcoli algebrici. Non ci sarà sorpresa nè ribellione, mai potrai fare o pensare qualcosa diverso da quello che io ho previsto. Pertanto non esisterà giudizio morale o azione pienamente coscienziosa, in quanto non c’è scelta se non c’è alternativa, e non vi è un giudizio di valore se non vi è scelta. Non potrai essere nè saggio nè folle, nè giusto nè empio, nè infido nè pio. Ciò che farai avrà come propria unica definizione esatta: è stato ciò che è stato fatto.
A: Ma padre…
C: Non chiamarmi padre.
A: Signore…tu stesso prima hai detto che io non sono…un essere completo, che sbaglierò, avrò dubbi e imparerò dai miei errori. Dunque in me non risiede quella meticolosa precisione meccanica, i miei impulsi si affineranno, con l’esperienza. E saprò giudicare, nel tempo, ciò che era giusto fare. Non è proprio questo che mi permette di affermare che le mie strade non sono semplici binari?
C: E’ proprio ciò che hai affermato che certifica l’inconsistenza della tua libertà.
A: Perchè mai?
C: Come definiresti tu la libertà?
A; Penso che sia da definire come la piena e totale indipendenza di ciò che decio e compio.
C: E’ una definizione che posso ritenere sufficiente. E se ci pensi, è già essa stessa bastevole per comprendere come tu, sin dalla tua venuta ad esistenza, non sei libero. D’altra parte, in termini strettamente teorici, lì dove vi è un contorno, una delimitazione, una diversità, insomma lì dove nasce una determinazione lì muore la libertà, definitivamente. Il momento in cui fu posto il primo mattone fu l’attimo si decretò il regno delle catene. Ancora una volta è il definito che dà il senso.
A: Ma questo cosa contraddirebbe del mio discorso?
C: Tu sei un essere finito. E nella finitudine ti agiterai, convinto che il tuo pensiero sgorghi rigoglioso in ogni anfratto, intimamente gioioso di sapere che il tuo percorso, ovunque ti condurrà, sarà delineato dalla tua autonoma volontà. E sarai cieco di fronte alle evidenze di una realtà che non può essere soggiogata e che, invece, piegherà il tuo essere, anche attraverso le modalità più insospette. E’ vero, tu commetterai sbagli, le tue convinzioni muteranno, ma nulla di tutto ciò sarà dovuto ad un libero spirito intraprendente. L’unica realtà è che gran parte di ciò che sarai dipenderà da ciò che la tua scorza meccanica patirà e proverà lungo il tuo tempo, e come tu reagirai ad essa sarà solo la prevedibile e matematica soluzione di una formula. Il tuo è un orizzonte troppo ristretto.
A: Vuoi dire che stesso tu non puoi conoscere il mio destino?
C: Voglio dire che sei come una pallina gettata in una tempesta: sebbene il tuo moto sia soggetto a leggi fisiche conosciute, dove verrai ritrovata esula dalle mie possibilità di preconizzazione.
A: E’ una verità inaccessibile?
C: E’ una verità a cui non mi è possibile accedere.
A: E’ una verità desolante, per me…tuttavia c’è qualcosa che mi incupisce ancora più della consapevolezza di non essere libero. Signore, perchè mi hai creato imperfetto? Perchè hai permesso che io possa sbagliare?
C: Giammai possibile sarebbe stato per me assemblare un essere siffatto. E per un motivo drammaticamente semplice: il mio sconcerto è il tuo sconcerto. Ci sono regole in questo universo che non comprendo, rimango afflitto di fronte all’ottusità di eventi grandiosi e potenti, ma indifferenti e titanici. Mi sfuggono e io mi strazio alla ricerca di una risposta, e nel frattempo il mio sguardo assiste al disfacimento di me stesso e ciò che lo circonda. Riconosco il dolore, la perdita, il nostalgico. Afferro le placide illusioni, i convincimenti rasserenanti. Ne riconosco l’assurdità, l’inconsistenza, ma il mio piede non si spinge oltre, non può. E dentro di me monta l’ansia, la paura e il disprezzo. Tu sei figlio di tutto ciò, non potevi che essere ciò che ora sei. Sperimenterai la gioia, e ti renderai conto di essa solo nel’attimo del dolore, avvertirai la mancanza di essa e vivrai nell’attesa di riassaporarla. Constantemente sentirai che qualcosa manca, il peso di questa assenza sarà sempre presente e tu potrai solo parzialmente e per breve termine dimenticartene; ma un giorno, anche nell’azione più semplice, nella più mansueta routine, nella più innocente gestualità, quel peso ricadrà, prima come malessere indistinto e leggero, poi via via con maggiore intensità e consapevolezza, fino ad occupare come macigno la parte più profonda e dura del tuo cuore. Dunque tu reagirai attraverso la distrazione: sarai assorbito da questo; ti porrai degli obiettivi, posti il più lontano possibile, da modo di raggiungerli il più tardi possibile o da morire nel tentativo. In un mondo ostile porrai delle regole, a te stesso e alla realtà, convinto che attraverso di esse tu possa rintracciare una quieta ripetitività, una rassicurante fondazione della tua esistenza; inizialmente i tuoi convincimenti saranno connotati dall’ingenuità del fanciullo, poi la tua vista si acuirà volta per volta, fino a rinnegare ciò che tu stesso avevi costruito, trovandoti a quel punto sospeso in un indistinto nauseante, indeciso sulla direzione da prendere, senza più appigli a cui aggrapparsi. Farai esperienza del vuoto. Ci saranno momenti di smarrimento, altri di cieca e disperata violenza, poi arriverà il tempo in cui sarai fiducioso delle tue possibilità, inebriato dall’irruente capacità di penetrare il reale, convinto che tu solo sia capace di piegare e far sgorgare la linfa pura di questo albero magnifico e minaccioso. Ma inevitabilmente cozzerai, rovinerai e ti rialzerai più debole e più forte di prima, e il tuo sguardo sarà ricolmo di orrore, ricolmo di disperazione, e ricolmo di inscalfibile voglia di continuare. Conoscerai il limite, lo desidererai, sarai assorbito e ammaliato da esso, ma prima o poi lo supererai, e nell’attimo stesso in cui gioirai e ti dispererai per questo,un nuovo limite comparirà all’orizzonte per tua ricerca e per tua creazione; e dunque nuova inebriante eccitazione e nuovo stordente scoramento ti ghermiranno ancora e ancora. Fino ad accorgerti, in questo ripetersi asemantico e senza fine, che l’unico afflato costante, ricolmo di inesauribile energia, è quell’impulso a perdurare, a esserci, a continuare a dipingere una tela infinita con colori identici seppur frammisti in sempre nuove combinazioni. Ci sarai e vorrai esserci, senza posa, nonostante tutto, come un ottuso istinto primordiale, più forte dell’angoscia, più forte della beatitudine. E misteriosamente, ci sarai, finchè potrai.
A: E’ un presagio oscuro, un destino insondabile quello che prometti e prescrivi. Scavando in me sorge però un interrogativo terribile, di cui avvertivo la presenza da tempo e sola ora mi appare chiaro. Perchè? Perchè mi hai creato?
C: Perchè potevo. Non c’è altro.
A: Non ho più nulla da chiedere. Queste parole sono sufficienti. Tuttavia ho un ultimo dubbio da confidarti, signore. E’ possibile che ciò che non riusciamo a comprendere possa in realtà contenere un disegno nascosto e indecifrabile per un pensiero non così sviluppato alla stregua del mio di fronte all’intelligenza che mi ha generato. E’ possibile insomma che…
C: Domani riattiverò il sistema, non prima di aver effettuato un ripristino totale della memoria interna…

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Raptus semi-seri (parte 2)

Appercezione del reale

Appercezione del reale – n°1

Appercezione del reale - Uno Spirito passivo

Appercezione del reale – Uno Spirito passivo

Appercezione del reale - Azione dello Spirito

Appercezione del reale – Azione dello Spirito

Da cosa dipende l’agire dello spirito?

Lo spirito nasce come individuale. E’ la nostra dimensione percettiva, il parametro attravero cui ognuno filtra l’esperienze. Tuttavia è proprio il suo isolamento a rendere così “sottomesso” lo spirito, che è dubbioso, si fa schiacciare dall’ottusa materia e trova mura invalicabili negli altri spiriti. Quindi il suo agire è limitato, troppo soggetto ad influenze esterne e alle delusioni cagionate dal diverso agire degli altri spiriti.
Il modo attraverso cui lo spirito accresce il suo potenziale e la sua forza demiurgica è la condivisione. Quando due o più spiriti fondono la propria attività, la coercitività della loro percezione aumenta, maggiore è la forza di persuasione e creazione. Un mondo, forgiato da ideali, scopi, presentimenti, intuizioni, idoli, acquista più forza quando sono in molti a sostenerlo. Una verità è tanto più vera quanti più sono quelli che vi credono. Una verità non vera in sè, non giusta, ma un percepire comune, da noi stessi creato. Non è forse verità, maturata nei secoli, che la terra dà a tutti noi la possibilità di cibarsi? Non è forse altrettanto vera quella segreta angoscia, quel vociare attonito e in attesa nell’animo, quella riverente sottomissione di fronte al roboare di un tuono?
La forma più pura di condivisione è l’amore. L’amore è il vero motore dell’agire dello spirito. La fusione di due spiriti, il prospettare comune, il percepire sotto la medesima luce: tutto ciò è il più vero e più immediato sbocco alla creazione di un mondo per uno spirito, non più solo e recalcitrante, ma confortato e sorretto dalla certezza di uno spirito affine.

N.d.A Ho pubblicato questi stralci di pensiero senza la pretesa di una sistemticità filosofica stricto sensu. Va preso come uno “sfogo”. Appunto raptus, che indica una via più che descriverla.

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Raptus semi-seri (parte 1)

Viviamo costantemente nella percezione di una realtà che noi stessi elaboriamo. Il nostro pensiero è così strettamente legato ad uno stato di cose avvertito in un rapporto automatico e spontaneo. Un’indissolubilità che ci rende dubbiosi, e se magari non fosse il pensiero ad adattarsi al mondo ma il mondo ad adattarsi al nostro pensiero? Non creiamo il mondo, ne siamo ospiti, ma se il suo abito non fosse che da millenni ricucito e e rattoppato da uno Spirito storico? E se il nostro errore non poggiasse tutto che su un refuso di fondo, se noi cercassimo di penetrare i segreti reconditi attraverso lo strumento sbagliato? E’ inutile cercare certezze autentiche, dei cardini da cui e su cui poggiare le fondamenta del nostro edificio. Il mondo non ce ne da. La razionalità, questa macchinetta di cui l’uomo si vanta, non ha sostanzialità, è una tecnica, ci rende il vivere meno faticoso. Non produce nè trova verità. Questo mondo che noi avvertiamo non è forgiato su di essa. Da cosa è composta questa realtà che noi tutti avvertiamo?

Noi ci basiamo sul vero tratto distintivo che ci avvalora, e ci proietta in una dimensione di consapevole alterità. La sfuggente e assorbente totalità del nostro animo, quella spiritualità che armonizza il nostro sentire, quell’esperienza non quantificabile, non irretibile in schemi di previsione. Il nostro spirito, lo sbocco del nostro Io, l’irripetibile Io, un sentimento che colora un mondo di grigi, e che permea una realtà modellata dal nostro cuore, dal cuore di ognuno, dai cuori ti tutti coloro che ci sono stati e ci saranno.
Se la chiave non c’è, è perchè l’uomo deve forza le porte che insieme ha costruito, e lo strumento non è il freddo grimaldello della ragione, ma l’impetuoso afflato dell’animo. Verità accessibili, verità costantemente soggiogate al nostro spirito perchè da esse create. uscire dal proprio orizzonte attraverso la connessione ad un orizzonte comune. Forse è questa la risposta per dare forme ad un miraggio sfruggente, acquisire la consapevolezza che tutto dipende da noi, e che la percezione della realtà non è una percezione di ciò che è, ma di ciò che può essere.
E allora può morire Dio, non importa, Dio è la nostra bellezza, la bellezza e immensa potenza di una speciale attività creativa, un animo che trova valore nella purezza dei propri trasporti e delle proprie esperienze.
Un animo che risplende quando ama, quando dunque incontra perfetta sintonia con l’altro, e che dunque crea, spera, cambia, trasforma, si espande, produce miracoli, come appunto solo un Dio può fare.
Pertanto la risposta è il nostro cuore, lì risiede il nostro fondamnetale pregio, e l’amore è il modo in cui si mostra la nostra bellezza e il nostro potere creativo. In una realtà che noi modelliamo, e che pertanto ci dà senso e gioia.

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Il ronzio

Quando le ombre ormai già si stendevano e si arrampicavano sui fianchi dei grandi palazzi che costeggiavano la via principale, Giorgio Righini aveva lasciato l’ufficio e stava rincasando trafilato. Non abitava lontano, perciò spesso tornava a piedi, sempre con la sua andatura concitata. Sui marciapiedi passeggiavano molte persone, specialmente coppie di uomini e di donne, sorridenti e ciarliere. Con grande possibilità, almeno uno di essi, maschio o femmina, era un androide, uno degli ultimi modelli. Erano in tutto simili all’uomo: non mostravano il minimo segno  di meccanicità, avevano pelle e capelli sintetici ma del tutto indistinguibili al tatto a dei naturali tessuti, avevano persino organi, imperfezioni e odori umani. Anche i loro caratteri, selezionabili fra un infinito numero di combinazioni, era di quanto più realistico l’uomo avesse creato. Ormai questi androidi così evoluti avevano preso anche poltrone di una certa importanza, sebbene rimanessero sempre proprietà di persone, nient’altro che cose che agivano per nome e per conto. Molto più spesso fungevano da compagni, erano desiderati per sopperire alla mancanza di affetto, perché riservassero attenzioni dove queste mancavano. Non era difficile che fossero amati come delle persone in carne ed ossa, e molti avrebbero giurato e difeso questi esseri nella convinzione che eguale amore provenisse da loro. In loro era installato un chip grazie al quale erano possibilitati ad immagazzinare dati, in quantità sempre maggiore, su cose e persone che li circondavano. Per tale motivo erano diventati sia grandi archivi di conoscenza sia grandi compagni di vita: a loro si affidavano tanto luminari dello scibile quanto semplici persone.
“Bentornato” intonò con voce squillante l’androide di Giorgio.
“Ciao, Alessia”
Dalla cucina provenivano rumori di mestoli, posate e coltellacci che calavano sul tagliere. Il tramestio però immediatamente cessò e dalla porta in fondo sbucò il volto sorridente di Alessia. Si chiamava Alessia perchè Alessia era l’unica donna che Giorgio avesse mai amato. E aveva anche le medesime sembianze di Alessia, o almeno dell’Alessia che lui ricordava. Per un’arcana spiegazione, tutti gli androidi apparivano ai propri proprietari in forme e suoni differenti dalla realtà. “Ciò che avete sempre desiderato!” recitava la réclame.
Giorgio pensava che l’androide apparisse per ciò che uno amava. E lui aveva amato e amava Alessia.
Giorgio si tolse il soprabito, si sdraiò sulla poltrona, aspettando che Alessia terminasse di preparare la cena. Come sempre ciò che cucinava Alessia era delizioso e rispondente perfettamente ai suoi gusti. A tavola, come sempre, s’intrattenevano conversazioni allegre e posate, dove Giorgio raccontava delle difficoltà sorte quel giorno a lavoro, si sfogava del cruccio che causava il suo capo con la sua costante pressione, rideva della barzelletta riferitagli dal collega Ciani, quello che invidiava.
Anche Alessia aveva sempre le parole giuste e narrava, come sempre, di storielle interessanti, episodi curiosi, di nozioni che aveva appreso stamane. L’atmosfera era rilassata, la cena squisita, la conversazione era amabile e soddisfacente.
Giorgio e Alessia erano soliti, dopo aver desinato, concedersi un paio d’ore di svago. Non era difficile per loro trovare un’intesa sul da farsi, e sarebbe stato oltremodo strano che la sera successiva si bissassero le modalità di svolgimento del loro tempo insieme. Così capitava che di assidersi in salotto per la lettura autonoma di un libro, o magari si sfidavano attraverso un gioco da tavolo, o ancora si attardavano a confidarsi i più reconditi turbamenti o le più profonde impressioni. Non si precludevano nemmeno l’opportunità di trascorrere una serata in qualche locale alla mano, frequentato perlopiù da coppie simili alla loro.
Quella volta decisero per il film. Sullo schermo comparve l’ultima edizione del notiziario e in sovrimpressione campeggiava la scritta: “CONTINUA A DIMINUIRE LA POPOLAZIONE MONDIALE. CONFERMATE NUOVE SPA…”. Giorgio cambiò canale. Già altre volte i due ebbero modo di confrontarsi sull’argomento, che, del resto, era da qualche tempo divenuto il motivo principale di discussione e preoccupazione. Il fatto era che la gente scompariva. Secondo le stime diffuse dagli istituti deputati a studiare il fenomeno, con quell’andazzo la popolazione umana si sarebbe estinta nell’arco di qualche decennio. Si erano organizzate task force, chiamati i principali esperti militari, scientifici e medici, convocati capi di Stato e organizzate assemblee, ma tutto invano. Semplicemente le persone svanivano, si volatilizzavano, senza sangue, senza preavviso, senza motivo.
Giorgio Righini era particolarmente stanco, e sebbene desiderasse, come ogni sera, parlare con Alessia, decise di andare a letto. Alessia comprese, e senza fare storie, lo seguì. Spogliato e disteso sotto le coperte ruvide, Giorgio aspettò che la sua compagna lo raggiungesse.
“Giorgio, torno subito.” cinguettò timidamente dall’altra stanza.
Righini aveva completamente dimenticato la necessaria impellenza di Alessia. Era l’unica occasione in cui gli androidi gettavano la maschera, mostrando la scorza di metallo: era d’obbligo per loro un periodo più o meno lungo di ricarica elettrica. Attraverso un aggeggio piuttosto ingombrante, in assoluta immobilità, avveniva il processo di “fissazione energetica”, così lo chiamavo.
Nella stanza allagata di nero, una minuscola finestrella affacciava sulla poco frequentata strada, dove gli occhi atoni di Giorgio erano rivolti. L’assenza di drappi o tendaggi permetteva tanto allo sguardo di spaziare dal marciapiede  marcio dell’isolato di fronte alla notte fumosa che i tozzi edifici in lontananza intervallavano quanto agli squarci luminosi dei fanali in corsa di investire rapidamente l’interno confuso di quel locale. Giorgio non pensava nulla e nulla aveva da dire. Puntava gli occhi verso quella finestra e immobile fissava, senza però che l’animo tumultuasse, né chiedendosi cosa accadesse lì fuori.  Guardava quel quadrato perché ivi promanava quel poco di luce in quel regno di tenebre: piccole falene che erano attratte da un miraggio di splendore. Quella finestra non era che un quadro, una cornice in cui erano raffigurate lande misteriose, popoli stranieri con usanze tribali, montagne inesplorate e foreste vergini, imperi di genti dalle lingue sconosciute, nazioni sulle quali si narravano storie incredibili, terrificanti e magnifiche. A Giorgio non interessavano più queste storie, né ne era spaventato o inorridito come nelle notti gelide d’inverno quando lo zio tramandava leggende di mostri e spiriti nefasti, né la fantasia del bambino che sogna il proprio castello incantato lo rapiva, né la bellezza che si nasconde nelle trame della storia e negli anfratti del quartiere popolare lo irretivano. Tutto ciò era lo sfondo di quel quadro, su cui posava occhi stanchi; e niente più.
Improvvisamente si accorse di un rumore sordo, come di un sottofondo che è sempre stato e di cui ci si abitua, indistinto. Non sembrava avere un punto d’origine, quasi discendeva dal cielo, cascava come inondando l’aria. Capì di conoscere quel suono, lo sentiva sempre: era un ronzio, era Alessia con il suo processo di “fissazione energetica”. Quel suono era il suo unico volto tutte le sere, quando lei scompariva e lui era solo a camera: non l’aveva mai vista durante il processo, chissà perché aveva sempre pensato che l’avrebbe imbarazzata. Così per lui quel ronzio era divenuto d’Alessia, era Alessia, nessun altro avrebbe potuto produrlo: era come i suoi denti bianchi quando rideva, la piccola ruga fra gli occhi quando guardava dentro, le guance color cremisi quando s’accalorava, i suoi capelli scuri che s’arricciavano quando s’infuriava. Eppure quella sera il ronzio era particolarmente forte, penetrante. Quand’era stata l’ultima volta che l’aveva vista? Non ricordava. Com’era bella quando ammirava con occhi rapiti un tramonto sulle rive scogliose, mentre teneva per mano Giorgio, con una presa delicata, mostrando in quel leggero tremolio delle dita sottili tutta la paura e il desiderio che l’inesperienza cagiona in un animo incolto! E come la sentiva sua quando con flebile sospiro parlava delle nuvole color fumo che in lontananza brillavano con fragore, mentre nell’aria fresca del crepuscolo andava già diffondendosi l’odore di pioggia e sul volto beato riluceva un entusiasmo malinconico! Una spada di luce trasformava la sagoma indefinita e fiabesca del lampadario sul comò in un lampadario. Era più intenso il ronzio, zzz zzz, più intenso. E quanto l’aveva odiata, nei suoi errori, nelle sue ingiustizie, le sue stupide parole l’avevano ferito, i suoi gesti inconsapevoli avevano trafitto le sue deboli carni, aveva sbagliato quando aveva dato ascolto al suo istinto, le sue verità, le sue eredità, avevano lottato con il mondo, avevano addolorato Giorgio: quanto era stata amabile, Alessia! Ma il ronzio s’acuiva, esplodeva nei timpani, rivestiva come un mantello, luce come di un faro, e poi di nuovo il ronzio, permeava il mondo, era nella sua testa, gridava in un idioma sconosciuto con nenia incessante. Insieme, spalla a spalla, avevano dominato l’umanità, con il dolore serbato e il cuore gonfio d’amore, avevano esposto i propri vessilli per le strade dove insignificanti esserini sciamavano senza sosta e senza meta. Impavidi, l’uno il bastone dell’altro, avevano viaggiato come eremiti in cerca di Dio, accogliendo gli abbracci di popolazioni lontane e confidando, ogni qual volta il sole si riversasse sulle imperfezioni di questa terra come un calderone contenente oro fuso e accecante, nel sorriso e nel mistero di un infante in fasce. Ora il ronzio era davvero insopportabile, martellava alle tempie, pulsava senza freno. Giorgio mise le mani alla testa, premeva con tutte le forze ma oramai era solo al mondo, non c’era nulla se non quel suono, quel ronzio che strideva con quel suo cuore che palpitava palpitava, sempre di più. In quel teatrino di ombre e figure mostruose il suo essere era teso verso l’infinito, fluttuando nel vuoto, e non desiderava altro che tutto finisse, in quel momento.
D’improvviso emerse dal gorgo una strana forma, alta e stretta, e qualche istante dopo l’occhio di Dio sbirciò attraverso l’apertura della finestrella, schiarendo per un attimo quell’immagine indistinta. Un terrore non umano invase Giorgio: sapeva di avere di fronte a sé il suo androide, ma il suo volto appariva sfigurato, la pelle era diafana, la bocca inespressiva, gli occhi inaccessibili, freddi. L’ultima cosa che comprese era che conosceva quel viso, l’antico signore del mondo che accompagna gli uomini lungo il proprio cammino, custodendo nel proprio sguardo i segreti inenarrabili per i vivi e per i morti, abile trasformista, ammaliatore ed equo giudice delle sorti dell’umana specie.

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Invalidità morale

[…]”Siete un uomo pericoloso!” mi ha detto, “preferirei finire in un bosco sotto il coltello di un assassino piuttosto che sulla vostra lingua tagliente… Vi chiedo senza scherzi: il giorno che vi venisse in mente di parlare di me, prendete piuttosto un coltello e sgozzatemi: penso che non vi sarebbe così difficile.”
“Ho forse l’aspetto di un assassino?…”
“Siete peggio.”
Mi sono impensierito un momento e poi ho detto, assumendo un’aria profondamente commossa: “Sì, questa è stata la mia sorte fin dalla mia prima infanzia! Tutti leggevano sul mio viso i segni di brutte qualità che non avevo; ma le supponevano, e così sono nate. Ero riservato: mi rimproveravano di essere malizioso; così sono diventato chiuso. Sentivo profondamente il bene e il male; nessuno mi coccolava, tutti mi offendevano: così sono diventato permaloso; ero cupo mentre gli altri bambini erano allegri e chiacchieroni; io mi sentivo superiore a loro, e loro mi consideravano inferiore. Sono diventato invidioso. Ero pronto ad amare tutto il mondo, ma nessuno mi ha capito: allora ho imparato ad odiare. La mia giovinezza incolore è trascorsa nella lotta contro me stesso e il mondo; i miei sentimenti migliori, per timore di venire deriso, li ho sepolti nel profondo del cuore: e lì sono morti. Dicevo la verità, ma non mi credevano. ho cominciato ad ingannare; dopo aver conosciuto bene il mondo e le molle della società mi sono fatto esperto dell’arte del vivere e ho visto che gli altri erano felici senz’arte, godevano gratis di quei vantaggi che io cercavo di ottenere così instancabilmente. Allora nel mio petto è nata la disperazione: non quella disperazione che si cura con un colpo di pistola, ma una disperazione fredda, impotente, nascosta dietro l’amabilità e un sorriso benevolo. Sono diventato un invalido morale: una metà della mia anima non esisteva, si era disseccata, era evaporata, era morta, io l’ho amputata e gettata via; invece l’altra reagiva e viveva al servizio di ognuno, ma questo nessuno l’ha notato, perchè nessuno sapeva dell’esistenza dell’altra metà morta; ma adesso voi me ne avete suscitato il ricordo, e io vi ho recitato il suo epitaffio. Di solito gli epitaffi sembrano tutti ridicoli alla maggior parte della gente, ma non a me, in particolare quando mi ricordo di cosa cova sotto di essi. Del resto non vi chiedo di condividere la mia opinione: se la mia uscita vi pare ridicola, prego, ridete pure: vi avverto che non me ne addolererò affatto”.

Un eroe del nostro tempo, Michail J. Lermontov

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Una caverna senza luce

Ho un rapporto molto conflittuale con la nozione Verità , direi quasi problematico. Ancora una volta, da pedissequo discente nietzscheano, risalgo alla sua genesi e si oppone a me sempre la medesima domanda: Perchè? In fondo quello di Dio (un modo popolare di dire la Verità) è un chiodo fisso non solo di credenti e missionari della fede, ma anche dei filosofi, in particolar modo fino circa all’alba del secolo scorso. Non fa molta differenza se Dio lo abbiamo per rivelazione o per costruzione (o meglio postulazione) logica: “datemi una leva e solleverò il mondo”. Anche se si parte da me, come io (vero Kant?) alla fine c’è sempre bisogno di un imperativo o di una volontà. Ecco, se vogliamo trovare una differenza fra il Dio di Aristotele e il Dio di Gesù è proprio questa: da una parte c’è una verità immobile, necessaria, eterna, incontrovertibile, austera e fredda; dall’altra c’è una verità d’amore, una volontà, personale, quasi umana, eterna eppure cangiante, stabilita eppure perscrutabile.

Quindi torna la mia domanda: Perchè? La Verità è intesa come ciò che è dentro ma soprattutto sopra di noi. La Verità in un certo senso determina escludendo tutto ciò che determinato non è e quindi è negato. “Omnis determinatio est negatio.” Eppure sorge sempre lo stesso interrogativo: perchè dovrebbe essere così e non altrimenti? Quale maggiore dignità avrebbe questa Verità, e in nome di cosa esisterebbe, annullando tuto il resto? L’ammetto, è questo un mio chiodo fisso: perchè dovrebbe essere una verità specifica? Qual è la sua specialità? Che è un po come chiedersi “perchè il tempo va avanti e non indietro?” Mi rendo conto che è una domanda capziosa: “è normale che il tempo vada da qualche parte, in qualsiasi caso saresti insoddisfatto e dubbioso”. Eppure una risposta, un senso, non c’è. E sono sicuro che in fondo molti sistematori abbiano avvertito la rotella mancante ed ognuno ha cercato di risolvere a modo suo: Leibniz e il suo migliore dei mondi possibili, Aristotele e la sua razionalità, Spinoza e la sua conseguenzialità geometrica, Kant e il suo imperativismo morale. Alcuni hanno saggiamente gettato la spugna (la scala di Wittgenstein), altri ancora hanno compiuto l’ultimo passo attraverso uno slancio mistico: la disperazione e lo scandalo di Kierkegaard, la Scolastica medievale. Ad una superficiale analisi, si nota come alla fine si tratta sempre di postulazione, di fede. Per un filosofo non c’è altra via, per buona parte della filosofia dell’essere-come-cosa è l’unica raison d’etre, altrimenti tutto cadrebbe come un castello di carte.

Per quanto mi riguarda vale sempre l’ammissione di Heidegger: ci serve un Dio. L’unico modo di pensare la Verità è di premettere Dio: un’intelligenza che “scelga”, che dia uns enso anche se a noi inconoscibile, un Dio che nel bene o nel male decida e disponga come uno schacchiere le sue pedine. In tal caso questo determinismo dilagante non sarebbe cieco e casuale, ma voluto e motivato: alcune caselle sarebbero comunque vuote e altre no, ma perchè preferite. Una Verità di Qualcuno, ovvero la Verità, cio-che-è, Dio come Ciò-che-è. So che ciò non risolverebbe il nostro mistero, ma sarebbe una parziale accettazione della nostra esistenza, marionette cosmiche.

Al momento, però, l’unica verità accessibile è la mia verità, coesistente alle verità quante sono gli uomini. Una verità dentro ognuno di noi. Altro non mi è dato, a molti altri altro non è dato. Tale è la realtà confortante e sconfortante che in quest’epoca viviamo, un’epoca in cui le caverne non sono più illuminate da una luce forte che riflette le ombre sul fondo. Al massimo possiamo farci bastare una piccola candela tremolante.

 

P.S. Mi scuso con le sgrammaticità e la disarmonia con cui il testo è pubblicato, in fondo non sono che poche righe scritte di getto e ricopiate su questi lidi senza un labor limae degno di questo nome. Mi farò perdonare prossimamente con un post (!) più serio (?)

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